Scrivere per caso

di Michele Scarparo

Il Cavaliere dei Raggi dell’Est
La guerra più vecchia del mondo

La perfezione è nemica del bene

Gli anni di vita da solo avevano lasciato in Marco un segno evidente: invece di assumere una deriva sempre più approssimativa nella gestione della casa, come capita a quasi tutti gli uomini che non hanno trovato una compagna, lui aveva finito per diventare maniacale nel mantenere l’ordine a tutti i costi. Una governante tedesca non avrebbe saputo fare di meglio, posto che davvero esistano ancora le governanti e che quelle tedesche siano così precise ed infallibili nell’adempimento dei propri doveri. Qualche amico, scherzando, gli aveva fatto notare che all’università avrebbe potuto fare a meno di studiare, perché tanta pignoleria gli sarebbe comunque valsa la laurea in ingegneriahonoris causa. Marco aveva riso allo scherzo, salvo considerare poi, nel silenzio e nella solitudine della sua cucina, che tutto quello sfoggio di umorismo in realtà era stato solo un indorare la pillola: data la situazione avrebbe dovuto abbandonare del tutto la speranza di trovarsi una ragazza, come avevano fatto gli altri, visto che la sua vita si era del tutto incancrenita nei suoi piccoli rituali, sempre uguali, che scandivano le giornate e dei quali ormai non poteva più fare a meno.

La sera doveva preparare la macchinetta del caffè, così che fosse pronta alla mattina appena sveglio: bastava accendere il gas e l’aroma che se ne spandeva subito per casa avrebbe detto “svegliati e muoviti” come neppure sua madre avrebbe saputo fare. Le file di piatti, sul lavello, dovevano essere ordinate per dimensione. I cestoni per la biancheria sporca dovevano essere riempiti per  tipologia: bianchi, neri, colorati e delicati, neanche la lavatrice avesse chiesto di effettuare una raccolta differenziata. Le scarpe dovevanoessere ripulite e messe via appena rientrato in casa perché non spandessero terra o polvere neppure per sbaglio. Gli mancavano solo le pattine, ma a ragion veduta: utilizzando le ciabatte di spugna non era necessario un secondo orpello per difendere i pavimenti.

Il vero sancta sanctorum della casa, però, era la camera da letto: si era ostinatamente impuntato nel volerci un letto a due piazze sul quale lenzuola e copriletto avrebbero faticato a spiegazzarsi anche in quelle notti in cui avesse avuto il sonno più agitato. La mattina appena sveglio, infatti, per prima cosa ripianava immediatamente tutto quanto: neppure lui ne conosceva il motivo, ma non sopportava la vista di un letto che fosse meno che perfetto.

Quella sera, a ogni buon conto, era cominciata in modo diverso da tutte quelle che aveva vissuto fino ad allora: aveva suonato il telefono e, al di là, aveva sentito una voce calda ma con una nota stridente, come se avesse appena finito di piangere:
— Sono Vittoria, posso venire da te?

Lui aveva detto di sì senza pensare ma poi, riattaccato il telefono, la sua parte razionale aveva ricominciato a prendere il sopravvento ed a considerare se la casa fosse a posto, cosa avrebbe potuto volere e quanto rumore avrebbero potuto fare: Vittoria era una persona passionale e non lesinava certo scenate e urla, se fosse stata arrabbiata.

Da molti anni aveva sepolto il suo innamoramento per lei: l’aveva amata da ragazzo, prima che chiunque altro della compagnia la notasse ma senza che lei se ne fosse mai accorta. Poi lei si era messa insieme con il suo migliore amico e Marco aveva fatto un passo indietro. L’aveva aspettata fino al momento in cui il suo amico l’aveva mollata ufficialmente solo per cominciare un lungo periodo di tira e molla, nel quale aveva approfittato di lei ogni volta che non era riuscito a trovare qualcun’altra per passare la serata. In quei mesi Marco e Vittoria si erano avvicinati e lui era diventato il destinatario dei suoi grandi sfoghi; ma non era mai successo che lei gli chiedesse di andare a casa sua.

Nel giro di un quarto d’ora, però, tutti i dubbi vennero di colpo dimenticati: Vittoria era nell’ingresso e gli stava sorridendo. I capelli rossi, che scendevano vaporosi fino sulle fossette, gli occhi verde smeraldo e le lentiggini sul naso delicato avevano del tutto sopito la frenesia con la quale Marco cercava di stabilire se la casa fosse abbastanza ordinata. Ma soprattutto, quando lei lo aveva abbracciato con ancora nelle ciglia impigliata l’ultima lacrima, l’odore della sua pelle lo aveva mandato in tilt completamente. Senza neppure rendersene conto l’aveva seguita come se fosse lei la padrona di casa e lei si era infilata diritta in camera da letto. Come se fosse la cosa più naturale del mondo si era piazzata, tolta solo la giacca e senza neppure togliersi gli stivali, a gambe incrociate sul letto mentre gli raccontava con voce rotta le ultime malefatte che le era toccato di subire da “quello stronzo del tuo amico”. Marco aveva cercato di rimanere concentrato su di lei e su quello che stava raccontando, ma i suoi occhi erano scivolati sempre più spesso dalla scollatura alla minigonna, per finire alle suole che strisciavano sulle sue lenzuola bianche. Sulle lenzuola bianche!

Man mano che si sfogava lei era passata a pose sempre più rilassate, finendo per trovarsi mezza stesa, abbracciata al cuscino, a traverso del letto: lo guardava sorridente nella luce bassa e soffusa dell’unica abat-jour accesa. Le fossette continuavano a diventare sempre più profonde via via che il sorriso si allargava, ma gli occhi verdi rimanevano ostinatamente piantati in quelli di Marco:

— Dopo tanto tempo passato solo a parlare, forse faremmo bene a conoscerci meglio, no?

Vittoria aveva parlato sottovoce, con il tono di chi fa una domanda retorica. Contemporaneamente, con la punta dello stivale, aveva spostato l’angolo del lenzuolo con un movimento che aveva voluto dare l’impressione di essere casuale e che invece aveva preparato il letto per infilarcisi dentro.

— Ma certo, — aveva risposto Marco mentre, meccanicamente, le sue mani ripiegavano il lenzuolo nella corretta posizione d’ordinanza — anche se noi, in realtà, ci conosciamo già bene, credo.

Lui aveva risposto quasi soprapensiero, ancora ipnotizzato da quello stivale che aveva violato l’angolo del letto; però, confusamente, si era accorto che era successo qualcosa. Gli era parso di sentire un rumore di vetri infranti, come se qualcuno avesse preso a sassate una cristalleria. L’aveva guardata nel tentativo di capire: tutto era immobile eppure avrebbe potuto giurare che non c’era più la stessa luce, in quella camera. Dopo qualche minuto Vittoria aveva cominciato a sbadigliare e, subito dopo, lo aveva tanto ringraziato delle chiacchiere e se ne era tornata a casa.

Marco era rimasto dubbioso tutta notte; dopo aver cambiato le lenzuola se ne era andato a dormire, ma il sonno non era venuto: pur riconsiderando più volte gli eventi della serata, non riusciva a decidersi se avesse gettato al vento l’occasione della vita o se fosse tutto solo un parto della sua fantasia.

Era stato necessario il mattino, con la sua luce fredda e razionale, per avere una spiegazione. Dopo il caffè aveva finito di prepararsi per andare al lavoro; la risposta a tutti i suoi dubbi stava là, attaccata alla porta di casa, sotto forma di un post-it giallo e di una grafia femminile:

Il perfezionismo lascialo al lavoro, che a letto non serve!

***

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Il Cavaliere dei Raggi dell’Est

Il Cavaliere dei Raggi dell’Est, grande come l’unghia del mignolo di un bambino, veste una marsina arancione del colore dell’alba sui mari tropicali, quando le lunghe dita del sole spuntano da dietro l’orizzonte per strisciare sulle nuvole pigre della notte e svegliarle facendo loro il solletico. Nella fredda ora che precede l’alba, nella quale solo i galli hanno avuto il coraggio di scacciare il buio con le loro grida strozzate, si libra sulle sue ali da cicala colore del limone, brandendo in mano una bacchetta di luce lunga come i meriti di un consigliere comunale e accompagnato da un corteo di moscerini che gli fanno ala lungo i vicoli e le strade degli uomini.

Entra di soppiatto, in quel momento sospeso in cui il cielo comincia ad illuminarsi, nelle camere dei ragazzi e di quegli adulti che i loro coetanei chiamano con disprezzo sognatori; porta con sé, in una minuscola tasca, una fialetta di magica pozione: ha atteso a lungo, nelle notti di luna piena, che due amanti si baciassero illuminati dal pallido astro, nei pressi di un albero la cui chioma ospiti un cespuglio di vischio. Furtivo, ne ha strappato le bacche collose, ancora intrise della diafana luce e delle dolci parole d’amore, per portarle nel proprio antro; là le ha distillate, su di un fuoco acceso al bruciante desiderio di un innamorato respinto e, ricavatane la goccia di una goccia, ha riempito fino all’orlo l’ampolla estratta dal suo panciotto.

Si avvicina alle finestre delle camere da letto ed ascolta il ritmo del respiro che ne esce; valuta, con il volto grave di un avvocato con in mano i libri della legge, i sospiri che si lascia sfuggire l’ignaro dormiente e decide se sia il caso di instillargli nelle orecchie il suo magico infuso. Striscia furtivo tra le imposte; vola, silente, fino sul lobo dell’orecchio dove si riposa, esausto del carico di fantasia che trascina con sé. Mette mano al giustacuore e stappa la preziosa boccetta, spandendo aroma d’ambra grigia come si brucia in chiesa l’incenso per permettere alle preghiere di salire fino a Dio. Ne versa una stilla, fluida e untuosa, con l’aria di chi deposita in banca la sua più grande ricchezza quindi, con l’aria soddisfatta di chi ha compiuto bene il proprio dovere, sguscia fuori e si ricongiunge con il suo seguito, pronto a visitare un’altra casa.

La goccia appena versata scende fino nel cuore dell’addormentato e la sua odorosa esalazione sale fino nell’anima; si scatenano così, nella mente del sognatore, fantasie di amori perduti e conquistati; battaglie con draghi alati e tornei di cavalieri valorosi, mentre una dama bianca attende, trepidante, la vittoria del proprio eroe; corpi caldi che scivolano l’uno nell’altro in una danza scarlatta; freddi calcoli di un ragioniere dell’orrore, che medita sul modo migliore di sbarazzarsi della vittima del proprio odio.

Ma non basta, la superbia del Cavaliere dei Raggi dell’Est: i sogni non sono altro che una ragnatela nella notte, che la brezza del mare spazza via con un alito delicato. La luce del giorno lacera la trama soffice dell’oscurità e la fantasia più vivida non è sufficiente neppure per abbozzare l’ombra più pallida: così il mattino riporta i sognatori alla vita e riconsegna il meschino Cavaliere al suo antro nascosto, in attesa che la rugiada, dopo aver abbandonato i prati, torni a condensarsi sui verdi steli dell’erba con l’aiuto del freddo alambicco della notte. Solo allora, per il Cavaliere, sarà l’ora di cavalcare di nuovo.

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La guerra più vecchia del mondo

Michele era un bel ragazzo, non c’è che dire. Biondo, con i capelli che scendevano in deliziosi boccoli sull’ovale delicato del volto ad incorniciare due occhi del colore del cielo in una limpida mattina di luglio. Il fisico asciutto, con i muscoli ben scolpiti sul petto e sugli addominali, lo avrebbero candidato ex officio come modello di Fidia. La penna, tra le dita delicate, guizzava sul foglio candido come la neve tracciando solo poche parole per ogni riga.

Lilly lo osservava imbronciata: proprio non riusciva a comprendere la passione di lui per le liste; studiò per lunghi minuti, scorrendone il volto con occhi vogliosi, la fronte corrugata dalla concentrazione e le fossette che sottolineavano il suo sorriso ogni volta che pescava dalla sua mente un nuovo punto da aggiungere sul proprio taccuino. Infine non resse oltre e sbottò:

— Io non ci credo.
— Prego?
— Non ci credo, ti dico.
Il sorriso divertito di Michele parve illuminare lo spazio attorno a loro come una lampada dalla quale viene tolto il velo che la copre.
— Non so davvero a cosa tu possa credere, Lilly. Ti conosco troppo bene per pensare che tu possa prestare fede a qualcosa. Però voglio stare al gioco: a cosa non credi?
— Alle tue liste.
— Eppure ormai dovresti sapere che sono utili.
— Sei come quelle persone che hanno sempre bisogno del suggeritore, incapaci di pensare con la propria testa e buone solo a seguire bovinamente le prescrizioni di un foglio.
— E tu, invece? Davvero pensi di essere superiore?
— Mai sentito parlare di intuito femminile?
— Ma certo: ed è proprio per quello che compilo le mie liste. Come potrei, altrimenti, continuare ad avere la meglio su di te e sui tuoi trucchi…
— Verrà il giorno in cui alla tua lista mancherà una riga. Quel giorno, finalmente, sarai mio senza scampo.
— Credo sia più prossimo il giorno in cui crolleranno le fondamenta del cielo.

Michele si fermò un istante, e subito dopo una nuova riga prese corpo sotto la lunga lista.

— Lo sai, Lilly, che non potrai mai avere potere su di me. Rimango sempre stupito dalla cieca fiducia che nutri in te stessa, nonostante tu sappia bene quanto me che il tuo desiderio è senza speranza di realizzazione.
— La tua certezza, caro Michele, sarà la tua rovina.
— E sia. Adesso, però, sono stanco di giocare.

Michele tacque, chiudendo gli occhi. Il volto si fece serio. Severo. Quando riaprì le palpebre la luce che emanava dalle pupille era dura e spietata e a Lilly corse un brivido diaccio lungo la spina dorsale. A mezza voce, come una litania, Michele recitava le righe della lista; ad ogni pausa, Lilly si sentiva sempre più mancare. Terminato di recitare l’elenco, però, Michele osservò Lilly mentre l’ombra del dubbio attraversava l’ovale del viso.

— Sei ancora qui? Dove ho sbagliato? Cosa manca alla lista?

Lilly alzò il volto sofferente: uno sguardo di sfida si mescolava con un ghigno di soddisfazione. Ma Michele si diede una gran pacca sulla fronte, finalmente rilassato. Aggiunse un’ultima riga alla lista, dicendo:

— Ma certo! Come ho potuto dimenticare l’ingrediente finale? E ti aspergo di acqua santa. Vade Retro!

Un lieve spruzzo, e Lilly scomparve. Michele si strofinò la punta di un’ala, con aria compiaciuta. Ripose la lista e scrutò lo spazio vuoto davanti a sé, con la compassione che aveva preso il posto dell’orgoglio. Scosse il capo e il frullo delle ali coprì le sue ultime due parole:

— Povero Diavolo.

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losbagliopiudolce:

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Scoprimi!

Ti guardo ma hai gli occhi abbassati, come se ti sentissi in colpa. Come se tra noi ci fosse un vetro a dividerci; una impalpabile ma infrangibile parete capace di lasciar passare la luce ma impermeabile alle parole. Un prisma perverso, che distorce e rovescia i pensieri ed i sentimenti. Cerco in tutti i modi di mettermi a nudo, di fronte a te; mi affido del tutto al linguaggio del corpo, fatto di gesti, posizioni e colori, nella speranza che tu mi possa comprendere. Che tu possa vedere dove sono e chi sono. Che tu intuisca le lacrime che mi sgorgano dentro e che mi allagano l’anima. Che tu mi possa venire a prendere e salvare, anche da me stessa.
Alzi gli occhi e le tue pupille incrociano le mie, in un disordinato gioco di fioretti che accarezzano ma non portano la stoccata, finte di affondo, delicati sfregamenti delle lame che scivolano come seta l’una sull’altra. Vorrei che mi inchiodassi qui, dove sono, come una farfalla. Che potessi diventare d’un colpo tua, per poterti irretire con l’orgoglio del mio possesso e conquistarti e vincerti come un maestro di arti marziali, che approfitta della tua stessa forza per batterti ancora più agevolmente. Ma tu fai l’unica cosa che non voglio da te e mi lasci sola. Non mi spingi via. Non mi trai a te.
Hai lo sguardo del detenuto sul patibolo; del prigioniero senza speranza. Condannato da un giudice che parla una lingua sconosciuta e che applica la legge ignota di un paese straniero. Cerchi di impietosirmi, senza speranza; poi, cercando la grazia estrema, mi domandi: “Ma, allora, cosa dovrei fare?”
Se devo spiegarti come funziono, non gioco più.

Amarezza generazionale

amantedellarte:

E’ dilaniante curiosare su Tumblr e scoprire come molti si reputino già scrittori a vent’anni. Per carità, persone che a vent’anni sappiano scrivere bene e abbiano già pubblicato qualcosa di decente ce ne sono, ma non voglio entrare nel merito di questo, considerato che sono una strettissima…

Mi sto sanguinando

Sangue. Sono gocce di sangue che escono dalle mie dita e inzuppano questa specie di garza bianca che è stesa davanti a me; le osservo, quasi con distacco, come se non mi appartenessero. Eppure sono io: non c’è altra sostanza che sia più “me” di questo liquido denso che proviene dal mio cuore.

Tuttavia sono stato proprio io che l’ho deciso. Non è stato un caso, oppure un accidente — o un incidente — qualsiasi. Sono io che l’ho stabilito, io che l’ho voluto. Nessuno che mi abbia obbligato. Cerco di ripensare al momento in cui ho preso questa decisione, ma mi pare che sia sempre stata lì, nella mia testa, rintanata in un qualche angolino mentre attendeva quietamente che giungesse la sua ora. Così ho convissuto con il mio malessere che saliva, ogni giorno di più, come un grande fiume in piena le cui acque montano fino ad esondare e a  spazzare via tutto quanto. In quel momento, travolto dal male nero cresciuto dentro me, non ho potuto fare altro che abbracciare quella piccola idea nella mia testa, unica ancora di salvezza che mi fosse rimasta. D’altra parte nel medioevo lo facevano sempre, quando qualcuno stava male: la teoria degli umori imponeva la ricerca dell’equilibrio e così i cerusici inventavano sistemi più o meno improbabili per estrarre sangue dai loro pazienti.

Allora sono diventato medico di me stesso: c’è un groviglio dentro di me, un nodo amaro che devo sciogliere prima che mi trascini del tutto giù. Mi sento come un naufrago, aggrappato a nulla e con la zavorra nel petto. La voglia di vivere mi spinge a nuotare, ma le forze sono scarse e la tentazione di lasciare che l’acqua faccia il suo dovere è quasi irresistibile.

Ho un modo solo per salvarmi; un solo salvagente a portata di mano. Espellere la zavorra. Buttare fuori tutto quello che mi affonda. Ho cominciato, titubante, lasciando dietro di me le cose che sembravano le meno importanti. Peccato che fossero proprio quelle meno pesanti. Però ci si abitua, a spogliarsi di cose che sembravano irrinunciabili, persino imprescindibili; così, a mano a mano, ho lasciato andare pezzi sempre più fondamentali e sempre più pesanti. Ma io sono diventato sempre più leggero: galleggiare non è più così fatica, ormai. Mi sento leggero e mi sembra quasi di volare sull’acqua. Mi sono svuotato: ho aperto le mie vene ed ho lasciato che uscisse tutto quello che non serve.

***

Sono qui, solo, con una penna in mano davanti ad un foglio bianco del mio notes. Mi sto sanguinando: le parole escono dalle dita per finire sul foglio, nella speranza di salvarmi. O di salvare chiunque voglia leggere queste righe.

***

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