Scrivere per caso

di Michele Scarparo

Amarezza generazionale

amantedellarte:

E’ dilaniante curiosare su Tumblr e scoprire come molti si reputino già scrittori a vent’anni. Per carità, persone che a vent’anni sappiano scrivere bene e abbiano già pubblicato qualcosa di decente ce ne sono, ma non voglio entrare nel merito di questo, considerato che sono una strettissima…

Mi sto sanguinando

Sangue. Sono gocce di sangue che escono dalle mie dita e inzuppano questa specie di garza bianca che è stesa davanti a me; le osservo, quasi con distacco, come se non mi appartenessero. Eppure sono io: non c’è altra sostanza che sia più “me” di questo liquido denso che proviene dal mio cuore.

Tuttavia sono stato proprio io che l’ho deciso. Non è stato un caso, oppure un accidente — o un incidente — qualsiasi. Sono io che l’ho stabilito, io che l’ho voluto. Nessuno che mi abbia obbligato. Cerco di ripensare al momento in cui ho preso questa decisione, ma mi pare che sia sempre stata lì, nella mia testa, rintanata in un qualche angolino mentre attendeva quietamente che giungesse la sua ora. Così ho convissuto con il mio malessere che saliva, ogni giorno di più, come un grande fiume in piena le cui acque montano fino ad esondare e a  spazzare via tutto quanto. In quel momento, travolto dal male nero cresciuto dentro me, non ho potuto fare altro che abbracciare quella piccola idea nella mia testa, unica ancora di salvezza che mi fosse rimasta. D’altra parte nel medioevo lo facevano sempre, quando qualcuno stava male: la teoria degli umori imponeva la ricerca dell’equilibrio e così i cerusici inventavano sistemi più o meno improbabili per estrarre sangue dai loro pazienti.

Allora sono diventato medico di me stesso: c’è un groviglio dentro di me, un nodo amaro che devo sciogliere prima che mi trascini del tutto giù. Mi sento come un naufrago, aggrappato a nulla e con la zavorra nel petto. La voglia di vivere mi spinge a nuotare, ma le forze sono scarse e la tentazione di lasciare che l’acqua faccia il suo dovere è quasi irresistibile.

Ho un modo solo per salvarmi; un solo salvagente a portata di mano. Espellere la zavorra. Buttare fuori tutto quello che mi affonda. Ho cominciato, titubante, lasciando dietro di me le cose che sembravano le meno importanti. Peccato che fossero proprio quelle meno pesanti. Però ci si abitua, a spogliarsi di cose che sembravano irrinunciabili, persino imprescindibili; così, a mano a mano, ho lasciato andare pezzi sempre più fondamentali e sempre più pesanti. Ma io sono diventato sempre più leggero: galleggiare non è più così fatica, ormai. Mi sento leggero e mi sembra quasi di volare sull’acqua. Mi sono svuotato: ho aperto le mie vene ed ho lasciato che uscisse tutto quello che non serve.

***

Sono qui, solo, con una penna in mano davanti ad un foglio bianco del mio notes. Mi sto sanguinando: le parole escono dalle dita per finire sul foglio, nella speranza di salvarmi. O di salvare chiunque voglia leggere queste righe.

***

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non Fermarti Prima della Spiaggia (scaricabile gratuitamente)

Un cielo color blu crudele

Appena appresa la notizia lei, che sapeva quanto per lui fosse importante, l’aveva guardato felice.

Appena comunicata la notizia lui, che aveva scoperto quanto lei fosse importante, l’aveva guardata triste.

Come pubblicarsi da soli

Quando ho pubblicato, un po’ di tempo fa, un post sulle case editrici che lavorano con gli scrittori esordienti, mi è stato chiesto di farne uno anche sulla famosa (o famigerata) editoria a pagamento. Però permettetemi di allargare il discorso al self-publishing, perché a mio modo di vedere sono praticamente la stessa cosa (a parte forse il costo).

Per capire le mie motivazioni riprendo un concetto da quel post:

L’arte è una bella cosa, ma quando ci si presenta ad una Casa Editrice stiamo facendo, né più, né meno, un colloquio di lavoro.

Ecco: se pubblichiamo con una Casa Editrice stiamo attivando una specie di “contratto a progetto”: loro si accollano il rischio di impresa e noi prenderemo un salario che può avere una parte fissa ma è composto, in gran parte, da una quota variabile. Tutto qui. È importante capirlo, perché nella società di oggi i movimenti dei denari spiegano molto meglio di tutto il resto i reali rapporti tra cose e persone. Potrà anche non piacere, ma è un dato di fatto.

Se parliamo di editoria a pagamento o self-publishing, invece, abbiamo saltato la barricata. Siamo noi, che ci stiamo accollando il rischio d’impresa, nella speranza di trattenerci tutti o quasi gli utili. Anche questo dev’essere chiaro: pubblicare per il solo gusto di averlo fatto non conta; bisogna infatti decidere se lo si fa per l’Arte (quella con la maiuscola) o per i soldi (che anche con la minuscola valgono uguale). Nel primo caso tanto vale mettere i propri scritti disponibili pubblicamente con una licenza di tipo CC, senza tante preoccupazioni. Se piaceranno tanto meglio, sarà diventato una specie di investimento nel nostro futuro o nella Storia. Se non piaceranno, avremo avuto la possibilità di trarre un qualche insegnamento, se saremo capaci di analizzare i motivi del fallimento.

Avendo invece deciso per la pubblicazione nella speranza di averne un guadagno, bisogna ricordarsi che siamo entrati nel mondo del commercio e che dovremo muoverci di conseguenza. Se vogliamo che qualcuno spenda i propri soldi per darli a noi, è necessario fornirgli un prodotto che valga la pena di essere acquistato, che sia di carta oppure di bit, che sia editoria a pagamento oppure self-publishing.

Si pubblicano diverse decine di migliaia di libri all’anno: perché dovrebbero comperare proprio il nostro? Per avere un bel libro, al di là del contenuto in sé, bisogna spendere dei soldi per pagarsi un editor che lo ripulisca. Bisogna spenderne ancora per pagarsi un grafico e fare una bella copertina. Bisogna anche spendere per programmare (ed attuare) una campagna promozionale. L’idea di non spendere nulla e fare tutto da sé è impraticabile: nessuno può assommare competenze editoriali, grafiche, di marketing. Se fosse in grado di farlo avrebbe già la propria Casa Editrice, no?

In questo contesto, il problema grande del self-publishing è uno solo: la scarsissima qualità di quanto viene messo a disposizione. Copertine orribili (e passi). Trame sconclusionate (forse sono io che non capisco). Ma soprattutto impaginazioni terribili ed errori di ortografia e sintassi. Però su questo non si transige: siamo in Italia, è necessario scrivere perfettamente in italiano. Quando un acquirente si è già scottato diverse volte, non è più disposto a spendere neanche i fatidici 0,99 euro. Non lo faccio io e credo non lo facciate neppure voi. Fatto tutto questo, possiamo rivolgerci ad una delle piattaforme di pubblicazione su Internet (ce ne sono diverse, ciascuna con la propria peculiarità) oppure rivolgerci ad un editore a pagamento, che in buona sostanza è un tipografo, per avere il prodotto finito e vendibile.

Adesso riamane l’ultimo scoglio: trovare qualcuno che lo compri, nel marasma di quello che viene offerto e distribuito. Qual è, dunque, la soluzione? Cercare di farsi conoscere prima: usando un blog, mettendo a disposizione altri scritti, distribuendo copie gratuite del proprio libro.

Faticano gli editori veri ad avere prodotti di qualità. Se vogliamo batterli, non c’è che una strada: fare un lavoro migliore del loro.

In vacanza dalla vita

Tutti gli scrittori sono vani, egoisti e pigri, e dietro le loro motivazioni si nasconde un mistero. Scrivere un libro è un orribile, estenuante lotta, come una lunga malattia dolorosa. Si potrebbe mai intraprendere una cosa del genere se non si fosse obbligati da un qualche demone cui non si può né resistere né comprendere? Perché tutti sanno che questo demone è semplicemente lo stesso istinto che fa gridare un bambino per ottenere l’attenzione. E tuttavia è anche vero che non si possa scrivere nulla di leggibile se non si lotta costantemente per cancellare la propria personalità. La buona prosa è come un vetro. Non posso dire con certezza quale delle mie motivazioni sia la più forte, ma so quale merita di essere seguita. E guardando indietro il lavoro che ho fatto, vedo che è dove non ho avuto uno scopo politico che ho scritto libri senza vita, mi sono perso in passaggi involuti, frasi senza senso, aggettivi decorativi e fandonie in generale.
“Why I Write,” George Orwell. Leggilo qui.

photo credit: ♡Blackangelツ via photopin cc

È da tutta la vita che ci sto provando: finalmente, tra qualche minuto ce l’avrò fatta. In tanti hanno tentato finora, ma pochi ci sono riusciti. Riusciti davvero, voglio dire. Gli illusionisti hanno fatto finta per secoli, ma nessuno di loro è mai sparito.

Eppure, questo è un desiderio di molti. Anzi, di tutti. Tutti abbiamo desiderato farlo: a volte per mettere alla prova gli altri, altre volte per mettere alla prova noi stessi. Tuttavia, questo è uno dei desideri più pericolosi che esistano perché, per rinascere, bisogna pur morire. Quando pensiamo a scomparire, in realtà siamo come i bambini: ci copriamo gli occhi e siamo convinti che nessuno ci veda. Allo stesso modo, se pensiamo al nostro mondo senza di noi, lo pensiamo solo come se fossimo trasparenti: sparire, però, è tutta un’altra faccenda.

Anche i vetri non si vedono, eppure si sentono bene quando per errore ci sbattiamo la testa; un vetro è invisibile ma non assente. Così, quando ci sentiamo più deboli, oppure quando vorremmo tanto avere una conferma da chi ci è vicino, ci piacerebbe diventare di vetro. Vedere quanto gli altri si disperino per la nostra assenza, mentre in realtà noi siamo lì, nascosti tra le pieghe del vento, a gioire della loro ansia.

Per scomparire, invece, bisogna essere molto più forti di così: è necessario essere capaci di immaginare un mondo altro, diverso da quello nel quale siamo immersi tutti i giorni. Occorre avere il coraggio di dimenticare chi ci è attorno, perché altrimenti saremo noi a soffrire della loro assenza. Occorre anche non temere l’ignoto; ci spaventa, certo, però la nostra non deve essere incoscienza. Ciò che ci serve è solo la capacità di non temere di usare le armi che abbiamo a disposizione. La curiosità. La voglia di meravigliarsi, come quando eravamo bambini. Il desiderio di aprire gli occhi su di un panorama nuovo, con odori esotici e sconosciuti che ci dicono: “non è questa la tua casa”, mentre una mano straniera ci coccola, amorosa.

Spesso basterebbe anche solo un assaggio. Una “vacanza dalla vita”. Avere un mese, oppure anche solo un’ora, nella quale proiettarsi fuori dalle costrizioni di tutti i giorni. Basta una piccola boccata d’ossigeno, per poter rimanere in apnea per un periodo anche lungo: siamo tutti subacquei nel gran mare degli obblighi quotidiani. Ma io ho deciso che non mi basta più dare le solite quattro bracciate attorno al mio piccolo scoglio.

Il mare è grande: il richiamo della spuma e delle piccole scaglie di sole, generate dalle onde che giocano in lontananza, è irresistibile ormai. Ho troppo lungamente rimpianto di non aver mai avuto il coraggio di allontanarmi, per non essere capace di sopportare il rimorso di averlo fatto. Mi domando solo chi tornerà al mio posto: non io, che mi perderò tra quei flutti lontani, ma un altro me più forte, più esperto e con i polmoni ancora più grandi per poter sopravvivere nel mare della vita di tutti i giorni. La mia personalità, la mia anima, sarà annegata in quelle acque straniere e cancellata per sempre.

In fondo basta così poco: un respiro e poi un tuffo. Dove l’acqua è più blu.

***

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È tutto un equilibrio (sopra la follia)

Perché dovresti esaminare il tuo stile di scrittura con l’idea di migliorarlo? Per rispetto di chi ti legge, qualsiasi cosa tu stia scrivendo. Se butti giù i tuoi pensieri senza curartene, i tuoi lettori sentiranno che non ti curi di loro. Penseranno che tu sia un egocentrico oppure un confusionario — oppure, anche peggio, smetteranno di leggerti
Kurt Vonnegut, da How to Use the Power of the Written Word. Leggi l’originale.

Fin da bambino ho sempre avuto il pallino di migliorare. Come se fosse facile, poi. Prima di tutto andrebbe specificato bene cosa significhi: perché se dico “allargare”, so che posso prendere un metro ed avrò le mie risposte. Se leggo 50 centimetri, basta aggiungerne uno e mi sarò già allargato; forse non abbastanza, ma l’avrò fatto. Migliorare, invece, è un termine ambiguo, scivoloso come una buccia di banana. Perché ci si mette tanto impegno, solo per scoprire che dopo tutto quel faticare si ha solo esagerato; ed è ovvio che questo non è foriero di buone notizie, perché certamente si saranno peggiorate le cose.

Così, non appena ebbi imparato a camminare, già volevo migliorare. Mi misi a correre solo per trovarmi lungo, steso a terra. Avevo inciampato, cercando di muovere le gambe più in fretta di quanto fossi capace di fare. Questo avrebbe dovuto insegnarmi qualcosa, ed invece impiegai anni di ginocchia sbucciate prima di capire che la cosa importante, nel miglioramento, è l’equilibrio. Toh! Chi l’avrebbe mai detto? Eppure è indispensabile per avere cura dei dettagli. Ma soprattutto serve per capirli, i dettagli. Perché è esattamente questo, il miglioramento.

Se io, pigiando a caso su di una tastiera, come la famosa scimmia, componessi la Divina Commedia (o magari il suo seguito), non avrei migliorato al mia scrittura: questo perché, alla successiva pressione di un tasto, la probabilità di scrivere una parola sensata sarebbe infinitesima. Calcolabile, certo, ma minore di quella che mi permetterebbe di uscire di casa mentre mi piove in mano un asteroide d’oro, incartato con la schedina vincente della prossima estrazione del superenalotto.

Il segreto del miglioramento dunque è la cura del particolare. O meglio, è la conoscenza del particolare: sapere da quale causa discende quello specifico evento e a quali conseguenze porterà. Tutta questa catena di conoscenze e di rapporti causa-effetto è il filo teso sul quale bisogna camminare. Per non finire di sotto, c’è un’opzione sola: rimanere in equilibrio.

Quando scoprii che mi serviva stabilità per rimanere su quel filo, mi resi conto anche che sono l’armonia e l’eleganza le qualità necessarie per riuscirci. Solo in questo modo si può evitare di cadere: niente movimenti bruschi oppure azzardati, ma solo piccoli passi, uno davanti all’altro, effettuati con buon portamento. Purtroppo con l’età ho imparato anche che quei movimenti sono quanto di più complicato, doloroso e contro-intuitivo che possa esistere; e dire che, visti da fuori, sembrino così assolutamente meravigliosi e semplici da eseguirsi.

A questo punto direte che sono stato bravo a capire. Oppure che sono stato fortunato, favorito magari dalle circostanze. Infine, forse, che sono stato sia bravo che fortunato. Io, da parte mia, non saprei dire: sono quarant’anni che me ne sto immobile su questo filo senza andare né avanti né indietro: è stato in quel momento che scoprii che soffro di vertigini.

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L’onda nera di Natale

Lo scherzo del professore, oltre a scaricargli qualche litro d’adrenalina nelle vene, era stato in realtà una specie di benvenuto ai piani alti della Spedizione. Avevano notato tutti quanto fosse una persona precisa e che, nonostante la pressione o — appunto — il panico, fosse capace di mantenere comunque una parvenza di calma. Così, pur non avendo formalmente nessun ruolo particolare, si era trovato spesso coinvolto nelle riunioni di pianificazione delle attività più pericolose.

Maria, dall’Italia, aveva fatto del suo meglio per far sentire il proprio supporto ma a Giovanni la possibilità di sentirla per pochi minuti e neppure tutti i giorni cominciava a stare stretta: lui aveva bisogno del contatto fisico, per mantenere in tensione la propria relazione. Il che non significava la necessità di averla per sé tutte le notti, o almeno non solo, ma anche la possibilità di poter allungare la mano, mentre guidava, e spostarla dal cambio alla sua coscia aveva per lui il rassicurante valore di saperla lì. Davvero. Solo per lui.

Così, senza la possibilità di avere questo dialogo epidermico, si era fatto assorbire del tutto dai propri esperimenti e Maria stava lentamente passando da un primo piano ad una figura intera; finché un giorno l’inquadratura era divenuta all’improvviso molto sfuocata perché lui era diventato il fulcro delle discussioni di tutta la Base.

Nella colonia di pinguini di Baia Terra Nova, a nemmeno un chilometro dai loro alloggiamenti, si era improvvisamente scatenato il panico: i rituali di corteggiamento e cova sembravano essere stati spazzati via, sostituiti da un altissimo bailamme di suoni, versi, richiami, stridii. Nessuno era in grado di capire cosa fosse successo: sembrava di essere capitati nel bel mezzo di un affollato mercato rionale, nel quale tutti avevano appena scoperto di non avere più il portafoglio.

Un istante gli ammassi di pinguini si aprivano, come se si temessero l’un l’altro; l’istante successivo si riunivano, come se avessero stabilito che il terrore non era tra di loro e che andava quindi affrontato mantenendo unito il gruppo. Le cose peggiorarono avvicinandosi a Natale: corpi straziati dei poveri animali vennero ritrovati in diversi punti della spiaggia, come se un qualche orrore avesse seguito la colonia nei propri tentativi di spostarsi.

Giovanni, in quanto esperto, era stato messo in allerta e gli era stato ordinato che qualsiasi altro esperimento dovesse passare in secondo piano, almeno fino a quando non si fosse compreso cosa stesse accadendo. Si era trovato così, quasi senza preavviso, a passare intere giornate sul pack a poca distanza dalla colonia: dato lo stato di stress degli uccelli, non sarebbe stato possibile avvicinarsi ulteriormente. Il fatto che il sole non calasse, e che quindi non ci fosse una percezione chiara del fatto che la giornata lavorativa potesse o meno essere terminata, lo stava provando più di quanto non desiderasse ammettere; così, per avere una piccola gratificazione ed anche una buona riserva di energia in poco peso, aveva preso l’abitudine di portare con sé una razione generosa di barrette di cioccolato, da mangiare durante il giorno: il sapore dolce amaro del fondente era diventato la sua ancora di salvezza.

La vigilia di Natale, mentre in Italia si preparava il cenone, lui si trovava fin quasi sulla riva a sbocconcellare la solita barretta; le attrezzature fotografiche giacevano ammonticchiate e mezze smontate nei dintorni, visto che aveva in previsione di spostarsi un poco prima di rientrare. Le onde battevano, lente e regolari, infrangendosi a pochi metri di distanza.

Si era perso a guardare il mare, come ipnotizzato, quando di colpo si ritrovò a fissare da lontano un’onda più scura delle altre mentre si avvicinava; talmente scura che, più che blu, pareva nera. Il mare si stava increspando ed alzando, sotto quell’onda, molto più che con le altre; giunta ormai a qualche metro dalla battigia l’ondata si alzò fino ad un paio di metri. Giovanni non riuscì a reagire, rimanendo immobile a fissare quest’onda anomala che montava verso di lui; ebbe a malapena il tempo di pensare che forse la corrente era forte abbastanza per risucchiarlo in mare prima di accorgersi che l’onda, tra la spuma bianca, nascondeva un’enorme bocca.

La vide ingrandirsi, fino a sovrastarlo. Poi l’acqua si abbassò ed apparve l’orca: nascosta sotto la cresta aveva attaccato con una tecnica solitamente riservata alle foche, ma che evidentemente andava bene anche per i pinguini. O per gli umani.

Giovanni era rimasto congelato dal terrore molto più che dalla temperatura; l’orca, però, si era avveduta quasi subito dell’errore: aveva richiuso la bocca, avendo stabilito che lui non sarebbe stato buono da mangiare. In più si era fermata un momento ad osservarlo: per un secondo, che a Giovanni era sembrato infinito, i due mammiferi si erano scrutati fin nel fondo dell’anima riconoscendosi come appartenenti alla stessa classe di animali.

L’occhio dell’orca aveva luccicato, quasi lacrimando, come se avesse voluto dirgli qualcosa; ma il messaggio più che comprenderlo, Giovanni, avrebbe potuto a malapena percepirlo. Poi lei aveva dato due colpi di coda, ed era tornata a sparire negli abissi che erano casa sua.

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Anche al Polo serve sale in zucca

La vita alla Base in realtà era cominciata comunque nel migliore dei modi: Giovanni era riuscito a farsi contagiare dall’entusiasmo degli altri ricercatori e la sua mente aveva smesso di essere ancorata all’Italia per essere un po’ più presente nelle attività di tutti i giorni. Il fatto di essere uno dei pochi ad essere un novellino del Polo lo tranquillizzava, anche se percepiva distintamente quanto gli altri fossero già una squadra: ogni volta che udiva un nuovo racconto sui terribili scherzi subiti dalle matricole, un brivido gli scendeva tra le scapole. La cosa più terribile era che il peggiore, in questa specie di battesimo da caserma, era il professor Rossi, direttore responsabile della missione.

Sentirsi così ai margini lo faceva sentire a disagio, ma sperava che si sarebbe integrato presto nonostante fosse una persona timida. La lettera di Maria era appesa sopra al suo letto, nella piccola cabina che gli era stata assegnata; tutte le mattine, appena sveglio, leggere quanto lei lo amasse e quanto fosse orgogliosa di lui, gli dava la carica per arrivare felice fino a sera.

Le donne, però, sono sempre più avanti dei maschi: lei si era evidentemente già prefigurata tutta la durata della spedizione ed, insieme al foglio che ormai era diventato un mantra, c’era un’altra piccola busta chiusa. Sul dorso, scritto con un pennarello: “Da aprire per S.Valentino”. L’esistenza di Internet e telefoni satellitari avrebbero reso meno amara una separazione così lunga, ma lui era intimamente felice che Maria avesse in un certo qual modo pensato a rendere più viva la sua presenza durante quei mesi. Quella bustina era così finita subito nella piccola cassaforte per gli oggetti personali che aveva a disposizione, tanta era stata la sua paura di perderla.

La prima settimana se ne era andata più che altro prendendo le misure alla sua nuova vita; aveva passato ore presso una vicina colonia di pinguini imperatore, fotografandoli prima da lontano e poi da sempre più vicino per dar loro modo di abituarsi a quello strano essere imbacuccato in una pesante tuta arancione. In caso di problemi il colore avrebbe aiutato a farlo individuare sul pack, ma ogni volta che la infilava si stupiva di vedere la scritta “CNR – Italia” e non “ANAS”.

Si era ritrovato ad inquadrare e a scattare foto a quella moltitudine di uccelli con un atteggiamento quasi da turista, piuttosto che da ricercatore: erano animali davvero eleganti, con quel dorso nero e il ventre bianco sembrava di essere ad una festa elegantissima. La striatura, di un bel tono color della zucca, sul becco e sui padiglioni auricolari, poi, dava quel tocco di glamour da fare invidia alle migliori maison di moda.

Li aveva fotografati in tutti i modi; talmente tanto e così da vicino che un giorno, con in cuffia una bella playlist di salse portoricane, si era quasi aspettato di vederli tutti quanti ballare come nel film Happy feet.

I guai erano cominciati al termine di quei primi giorni: Roberto e Michele, due dei ricercatori più esperti della spedizione, lo erano venuti a cercare con la faccia scura. Aveva sentito bussare: due colpi forti delle nocche sul sottile laminato della porta.

— Avanti, è aperto! Oh, siete voi, ragazzi. Che c’è?
— Scusa l’intrusione, ma ci sarebbe un problemino. — aveva detto Roberto, con aria scura.
— Rossi ci ha chiesto di accompagnarti nel suo ufficio. — aveva aggiunto Michele.
— Accompagnarmi? Nel suo ufficio? So dov’è… ma che succede?
— È meglio se andiamo. Te lo spiegherà lui direttamente.

Con le mani tremanti Giovanni aveva chiuso la porta e li aveva seguiti fino all’ufficio del professore. Si era incontrato con lui qualche volta, oltre ad averlo incrociato quasi tutti i giorni in giro per la Base. Però non avevano mai scambiato più che due parole di circostanza.

Appena giunti nello studio Giovanni si rese conto che anche il volto del professore era scuro: tutto questo situazione l’aveva messo in uno stato di agitazione che ormai faticava a controllare.

— Io sono un uomo di poche parole, quindi verrò subito al punto.

Michele e Roberto si erano sistemati ai suoi fianchi; al che, unito al tono e alle parole del professore, Giovanni si rese conto che se non era un interrogatorio, poco ci mancava. Ma lui non aveva fatto nulla! Nel dubbio, forse, sarebbe stato meglio tacere prima di fare affermazioni compromettenti.

— Le vasche per gli esperimenti sulle diatomee sono stati inquinati da guano di pinguino, rendendo di fatto inutili i risultati. Ora, lei è l’unico che lavora con quegli animali. Dove era la notte tra il 15 luglio e il 13 settembre?

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Un cielo color blu crudele

Blu. Blu come il cielo, grande vela pronta a portarlo via da casa: l’idea di passare i successivi sei mesi all’altro capo del mondo era bellissima e tristissima allo stesso modo. Giovanni continuava a rigirarsi tra le dita la superficie liscia di quella busta che Maria, la sua ragazza, gli aveva lasciato.

“Da non aprire prima di essere al Polo Sud”

Giovanni era stato tentato più volte di disobbedire: le sorprese non gli erano mai piaciute. Eppure, per un qualche motivo profondo, talmente profondo da sfuggire anche a lui, non l’aveva fatto. Maria non era certo la sua prima fidanzata, però era la prima per la quale avesse provato qualcosa che non aveva mai sperimentato prima. Un sentimento che sembrava andare al di là di tutto e che aveva rischiato di farlo rimanere a casa.

Riuscire ad avere un posto nella spedizione per l’estate australe era un onore: quasi come avere un posto da astronauta. C’era da fare una preparazione fisica specifica. Ma soprattutto c’era un gran lavoro di preparazione per tutti gli esperimenti da condurre in quei mesi da passare seppelliti in una bara gelata anche se perennemente illuminata dal sole. Chiusi in una scatola di sardine, dove uscire significava mettere a repentaglio la propria vita. E, in certi giorni, rimanere chiusi dentro significava mettere a repentaglio la propria vita lo stesso.

Partecipare a quella spedizione era sempre stato il sogno della sua vita, ma aveva scoperto che anche rimanere accanto a Maria era un sogno altrettanto bello; anzi, forse di più. Le domeniche mattina passate sotto le coperte a coccolarsi; la spesa il sabato pomeriggio. Persino l’idea di un figlio aveva cominciato a farsi strada in lui, dopo anni di orgogliosissimo impegno a non avere eredi.

Ma la vita ama sfidarci: così, mentre senza troppo impegno avevano cercato casa, quasi fosse uno dei loro soliti giochi, era arrivata la lettera di convocazione. Aveva superato le selezioni e sarebbe partito di lì a poco.

Appena appresa la notizia lei, che sapeva quanto per lui fosse importante, l’aveva guardato felice.

Appena comunicata la notizia lui, che aveva scoperto quanto lei fosse importante, l’aveva guardata triste.

Certe occasioni però non vanno sprecate: Maria aveva molto insistito, fino a convincerlo. Giovanni aveva finito per preparare le sue valige con un gran groppo in gola; prima della partenza con l’aereo per la Terra del Fuoco lei gli aveva dato un bacio e poi, con un gran sorriso, gli aveva messo in mano questa busta.

Lui le aveva sorriso di rimando e poi aveva attraversato il check-in. Non sapeva neppure bene perché non l’avesse aperta subito per poi rimanersene a casa con lei. Era partito, continuando ad accarezzare quel piccolo quadretto di carta per tutto il tempo del viaggio in aereo. Non lo aveva lasciato per un secondo neppure in quelle ventiquattro ore, pausa in un viaggio infinito, che aveva passato in Nuova Zelanda: continuava a stringerlo come il responso di un oracolo. L’indecisione lo stava rodendo dentro, tanto quanto la paura di cosa vi avrebbe trovato scritto.

Però aveva resistito alla tentazione fino a far giungere l’ora di imbarcarsi nuovamente sull’Hercules che li avrebbe portati fino alla Base. Dopo altre tre ore di volo era giunto a destinazione; non appena buttate le valige nella propria cabina, perché chiamarla stanza sarebbe stato davvero troppo, aveva preso la lettera e se n’era andato a qualche centinaio di metri di distanza dalle installazioni, per avere un po’ di solitudine.

Il sole non troppo basso sull’orizzonte ed il blu cobalto del mare in lontananza.

“Anche il mare è bugiardo: è trasparente, ma si veste di blu solo perché riflette il cielo.”

Il soffio forte del vento freddo nelle orecchie aveva quasi coperto il rumore dello strappo.

Quanta forza serve per infilare una mano in una busta?

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